venerdì, settembre 13, 2019

I due amanti



I DUE AMANTI


Non può esserci amore più grande e puro di un amore tra due razze, come quello tra un uomo ed un elfa”


Nel Nord più profondo, al confine oltre la Capitale di Eldum, vi era una foresta antica come la notte, Trillian, essa era una delle ultime riserve degli elfi.
Lì viveva Ginlin, un’elfa dai capelli biondo platino, molto popolare tra i membri del suo popolo oltre che per la sua bellezza per il suo canto melodioso che riusciva a calmare tutte le creature della foresta, anche le più feroci.
Ginlin aveva un animo dolce ma avventuroso, era pura come la sorgente che scorreva lungo la montagna adiacente alla foresta, fino a formare un lago limpido dove era solita fare il bagno libera dalle sue vesti, lontana da sguardi indiscreti.
Un giorno, nella foresta di Trillian, si era recato un cacciatore della Capitale, Robert, egli era ancora giovane, erano solo venti i suoi anni ed a causa del suo animo intrepido ed incosciente si era spinto più in la di quanto il patto tra umani ed elfi prevedeva.
Perso il sentiero, continuava a camminare senza riuscire a trovare punti di riferimento e le uniche cose che riusciva a scorgere erano alberi a perdita d'occhio, ricoperti da muschio e circondati da cespugli e funghi.
Ad un certo punto del suo cammino, ormai stanco e col tramonto più vicino, Robert sentì il canto sommesso di una voce femminile e poco più avanti il suono dell’acqua.
Avendo esaurito la propria riserva d’acqua dalla sua borraccia seguì quel suono fino a trovarsi di fronte al lago.
Ginlin era lì, stava finendo di rivestirsi, canticchiando un motivo a bassa voce, quand’ecco che incrociò lo sguardo dell’umano invasore.
Ella parlò nella lingua comune, appariva giovane e per un’elfa lo era davvero ma aveva già compiuto i suoi primi cento anni, senza tuttavia aver mai visto un essere umano prima d’allora.
- “Chi siete voi che disturbate col fragore insolente del vostro fiato e con quei passi pesanti la tranquillità eterna della foresta e del lago?
Chiese Ginlin severa ma al tempo stesso incuriosita dall’umano.
- “Perdonatemi mia Signora, inseguivo una lepre fintanto che mi sono perso, ho camminato a lungo, non era mia intenzione disturbarvi” rispose il ragazzo, visibilmente sudato ed assetato.
- “Qual è il vostro nome? Io sono Ginlin e siete fortunato ad aver incontrato me per prima e non i ranger del mio popolo…avete un aspetto a dir poco impresentabile” disse ridacchiando e proseguì: -” Venite avanti, dissetatevi pure”.
Il ragazzo si asciugò il sudore dalla fronte con una manica ed avvicinatosi al lago, riempì la borraccia e cominciò a bere a lunghe sorsate.
- “Perdonatemi per i miei modi ma come potete vedere sono esausto e disperso, il mio nome è Robert e vengo da Eldum. Non ho potuto fare a meno di sentirvi cantare ed è solo grazie a voi se sono riuscito a raggiungere il lago per potermi dissetare, vi sono debitore.”
Egli osservava incuriosito le lunghe orecchie leggermente ricurve dell’elfa mentre Ginlin guardava con altrettanto stupore l’aspetto un po’ goffo e trasandato di quel giovane, i due si studiarono a lungo ed entrambi sorrisero.
Il tramonto era giunto al suo culmine e le ultime luci del giorno si ritiravano per lasciare il loro posto alle ombre della sera, il ragazzo era visibilmente preoccupato.
L’elfa, osservandolo, gli disse sorridendo maliziosamente:
- “Non penso sia il caso di lasciarvi morire tra i pericoli della notte, vi sono talune creature di questa foresta che sarebbero ben felici di saziarsi di una così facile preda così come i ranger potrebbero scambiarvi facilmente per un puntaspilli e colpirvi con le loro molte frecce”.
Robert, decisamente spaventato, rispose:
- “Mia Signora, vi scongiuro, non lasciatemi morire nella notte...”
- “Non è nelle mie intenzioni.” disse con un sorriso ora più compassionevole “La notte è lunga e perigliosa, seguitemi.” Detto ciò si lasciò seguire per un breve tratto e gli indicò una grotta.
- “Non dovrebbero abitarvi creature spaventose” disse sorridendo l’elfa ed aggiunse ridendo di gusto “Entrate, vi mostro dove di tanto in tanto sono solita appisolarmi ma non ditelo in giro, mi raccomando!”.
Robert la seguì fin dentro la grotta, sembrava perfetta per passarvi la notte, vi era della paglia in un angolo che in seguito si rivelò essere un comodo giaciglio.
Mentre il giovane ragazzo pensava a come meglio sistemarsi, l’elfa lo vide sfregarsi le braccia con le mani per il freddo.
- “Non spaventatevi adesso” disse l’elfa, e dopo aver proferito un incantesimo si accese una fiamma su una piccola catasta di legno dentro la grotta, seguì un altro incantesimo ed apparve un lupo bianco come la neve, Argas.
Robert strabuzzò gli occhi dallo stupore, poi Ginlin aggiunse:
- “Lui è Argas, è il mio Famiglio, non abbiatene timore, non vi farà nulla...a meno che io non desideri farvene” e sorrise.
Ella si sedette sopra la paglia, con le spalle poggiate sulla parete della grotta e le mani rivolte verso le fiamme, poi invitò Robert a fare lo stesso così che egli la raggiunse e si rannicchiò accanto a lei. Le guance ritrovarono il rossore naturale grazie al calore delle fiamme, intanto anche Argas si era accucciato comodamente accanto al fuoco, sereno e leggermente assopito dal sonno.
- “Alle prime luci dell’alba dovrete lasciare questo luogo” disse l’elfa ed aggiunse: “Vi guiderò fino al sentiero che conduce alla Capitale, stanotte la passeremo qui, con al vostro fianco me ed il mio cucciolo non correrete certo alcun rischio”.
Robert, ormai ripresosi del tutto si ritrovò a fissare ammaliato il volto dell’elfa, un volto così bello ed incantevole che solo nelle fiabe poteva trovare riscontro, gli occhi erano verdi, la pelle candida ed i capelli le scorrevano lungo le spalle fino a scendere giù lungo il suo corpo, incorniciando i suoi seni perfetti come in un quadro.
Anche Ginlin era affascinata dall’umano, a modo suo così diverso e dolcemente buffo ai suoi occhi, così dissimile dagli elfi...ed appoggiò la testa sulla spalla di Robert, in modo spensierato e naturale tanto che il volto del ragazzo in un primo momento avvampò per l’imbarazzo e poi, timidamente, avvolse l’elfa con un braccio intorno alle sue spalle, senza però riuscire a guardarla direttamente negli occhi.
Ginlin sorrise e si strinse affondando il proprio viso sul petto di Robert, che si ritrovò ad accarezzarle quei suoi lunghi capelli color platino che per via del fuoco riflettevano ora i colori cangianti delle fiamme.
L’attimo era eterno, il lupo emise un leggero sbuffo e ritornò a ronfare, né l’uomo né l’elfa avevano mai conosciuto l’amore, ma quella sera provarono emozioni fino ad allora sconosciute.
Ginlin ad un tratto stupì profondamente l’umano, togliendosi di dosso il proprio vestito adornato dai colori della foresta, color corteccia e color della foglia, ed invitò l’uomo con uno sguardo ad occhi socchiusi, colmi d’eccitazione, a fare lo stesso.
L’elfa accompagnò Robert con le proprie mani fino a farlo poggiare disteso sulla paglia, poi si sedette sul corpo di lui, poggiando le proprie ginocchia sul suolo e lasciando che il bagliore del fuoco le baciasse il corpo, in un gioco di luci ed ombre con la sua pelle, con i suoi capelli e con i suoi seni.
Robert non era stato mai così tanto eccitato prima di allora, da quella posizione si sfilò goffamente i pantaloni fino a fare quasi perdere l’equilibrio a Ginlin, poi guardandola incantato iniziò dapprima timidamente, poi con una certa sicurezza, ad accarezzare l’esile corpo dell’elfa.
Le accarezzò i fianchi, il ventre piatto, le cosce, il fondoschiena e fece salire le proprie mani con fare sempre più coraggioso fino a toccarle i seni ed il viso.
Ginlin gemette e socchiuse nuovamente gli occhi per il piacere, mordendo con le sole labbra l’indice del ragazzo e cominciò ad oscillare avanti ed indietro come in una danza.

Il ragazzo chiese tra l’eccitazione e l’imbarazzo: - “Posso…?”
le labbra dell’elfa si allargarono in un sorriso e si limitò a dire: - “Puoi...”.
Il ragazzo diventò uomo quella stessa notte, penetrò l’elfa con vigore crescente, i loro corpi si erano fusi in un unico corpo ed i loro sensi si confondevano tra le fiamme, tra i sussurri e tra i gemiti, come fossero un unico suono, nella notte.

Come di consueto arrivò il mattino, le prime luci dell’alba svegliarono Ginlin che a sua volta svegliò Robert con un dolcissimo e morbido bacio sulle labbra, lei era splendida, e per quanto fosse possibile, anche più bella e radiosa del solito.
I due rimasero qualche istante ancora distesi ed abbracciati, gli occhi di lui erano come quelli di un bambino al primo giorno di scuola, troppo stanchi per restare aperti e troppo vogliosi di incontrare lo sguardo di lei per restare chiusi.
I due si alzarono, si rivestirono ed una volta spento ciò che rimaneva delle fiamme con un incantesimo, uscirono dalla grotta per lavarsi il volto con l’acqua della sorgente, poi si incamminarono emozionati ma anche un po’ tristi verso il sentiero che avrebbe riportato l’uomo a casa.
Questa volta Robert fece molta attenzione al percorso e Ginlin, di tanto in tanto, gli faceva notare punti di riferimento che altrimenti lui non avrebbe notato.
Si scambiarono la promessa di ritrovarsi al lago al mattino dopo ogni luna nuova e non mancarono mai di rispettarla.
Passarono nove mesi e Ginlin ebbe una bambina, non si poteva definire elfa e neanche umana, era una mezzelfa, i cui occhietti, aperti già dopo poche ore dalla nascita, promettevano sin d’allora di avere il carattere stoico e nobile degli elfi e tratti tipici degli umani come la curiosità per la scoperta e la propensione a cacciarsi nei guai.
La bambina fu chiamata Ellem.
Ellem aveva grandi occhi azzurri come il cielo, la pelle chiara, giallastra, i capelli color dell’oro e delle spighe al tramonto, i lineamenti del viso richiamavano entrambi i genitori, a tratti spigolosi e al tempo stesso delicati come gli elfi ed a tratti leggermente più marcati come gli umani mentre le orecchie erano più lunghe di quelle degli uomini e più corte di quelle degli elfi, con una simpatica piega verso il basso.
La bambina crebbe velocemente per i primi diciott’anni della sua vita e fu sempre molto amata da entrambi i genitori ma non fu mai veramente accettata dalle due razze così diverse.

Imparò i rudimenti della magia ed i segreti della foresta dalla madre, mentre quando si trovava col padre era solita indossare una mantella grigia con il cappuccio calato sulla propria testa, per nascondere agli uomini la propria natura di mezzelfa, celando quelle orecchie per i più così strane... ma questa è un’altra storia, la storia della fantastica vita di Ellem.






lunedì, giugno 03, 2019

La ragazza e la Lupa

Lara era una ragazza di 25 anni come tante, di quelle che non si notano tra la gente, non era particolarmente bella né alta, aveva i capelli castani e portava gli occhiali.
Non aveva molte amiche se non qualche conoscente con cui si vedeva nel fine settimana per farsi un drink cercando di non pensare a quanto fosse insipida la propria vita.
Una vita in cui non aveva mai trovato né un lavoro né un ragazzo, forse proprio a causa di quella sua timidezza. In compenso aveva due passioni, leggere libri e guardare foto di animali, sognando di poterne avere altri oltre alla sua yorkshire di quattro anni, Geordie.
Un venerdì di primavera, dopo aver tanto insistito con un'amica, riuscì a convincerla di accompagnarla allo zoo, lì c'era una nuova attrazione, una lupa d'una stazza piuttosto sopra la media che passava la giornata seduta dinnanzi alle sbarre della propria gabbia a fissare con aria seria chiunque le rivolgesse lo sguardo.
Fu così che la ragazza, dimenticatasi della sua amica e di tutto il resto si ritrovò attonita e smarrita a perdersi negli occhi di quella lupa così immensa e fiera e, senza accorgersene, si sporse ben oltre la transenna di sicurezza che la divideva dalla gabbia, tese il braccio ed arrivò a sfiorare con due dita il muso della lupa.
"LARA!" gridò la sua amica ed in quel momento si ruppe l'incanto, la lupa le morse a fior di pelle un dito, poi si girò e si acquattò per terra, fissando con aria annoiata la ragazza appena morsicata.
La sua amica, preoccupata, prese la mano di Lara tra le sue e le disse che era stata fortunata, non era che un graffio alla fin fine e come tale venne trascurato, Lara non volle neppure essere accompagnata in ospedale, preferì andare a casa, l'agitazione per quello spavento era bastata ad entrambe, così le due amiche tornarono ognuna a casa propria.
Era giunta la sera e, dopo aver mangiato qualcosa, essersi infilata sotto la coperta ed aver letto qualche pagina di un classico francese, spense la luce della bajour.
Il tempo passava ma la stanchezza necessaria ad addormentarsi non arrivava, cominciò a percepire strani tremori e sentiva ancora, attraverso il cerotto, un dolore pungente al dito.
La notte era infine calata e la luna brillava piena alta nel cielo, seppur parzialmente coperta da alcune nuvole nere che sembravano predire oscuri presagi.
Non riuscendo a prendere sonno Lara si alzò, le venne anche un po' di mal di testa, prese un'aspirina, aprì la finestra e vi si affacciò. I sintomi febbrili non accennavano a diminuire, e dopo un brivido lungo tutto il corpo le si erano rizzati anche i peli delle braccia.
Geordie, alzò la testolina dalla sua cuccia accanto al letto e fissando Lara cominciò a ringhiare in modo dapprima sommesso e via via spaventato, le pupille di Lara sembravano dilatarsi per poi di colpo restringersi, il cuore le pulsava a più non posso, si mise a terra carponi e vomitò a più riprese per un paio d'ore finché esausta si sdraiò per terra fino ad addormentarsi.
Si svegliò accompagnata dall'incessante abbaiare del suo cane, la vista era ancora appannata, si rimise carponi ed infastidita da quel continuo rumore si mosse di scatto senza pensarci, fece un balzo su Geordie, la strinse tra le mandibole e la sbranò scuotendo brutalmente la testa a destra ed a sinistra, facendo schizzare sangue in tutta la stanza.
Lara era terrorizzata, non capiva se stesse sognando. Con la coda dell'occhio vide la sua immagine riflessa allo specchio dell'armadio e rimase scioccata nel ritrovarsi nelle sembianze di una lupa dal manto fulvo, con a terra la povera Yorkshire morta e piena di bollicine di sangue e schiuma che le fuoriuscivano dalla bocca e dal tartufo.
La ragazza stava vivendo un incubo dal quale non riusciva e non poteva svegliarsi, era imprigionata nel corpo di una lupa, cosciente ma senza alcuna possibilità di muoversi autonomamente, si ritrovò a leccare il sangue dal muso del proprio cane, si avvicinò alla finestra e si alzò appoggiando le zampe anteriori al davanzale, guardò giù per accertarsi dell'altezza e constatato di essere al pianterreno balzò con le sue forti zampe posteriori per poi ritrovarsi sulla strada.
Una ragazza ed una lupa, come due estranee forzate a convivere nello stesso corpo, la lupa tornò a muoversi annusando il terreno tutto intorno, alzò lo sguardo verso la luna e ruppe il silenzio con un profondo ululato che ricoprì d'un brivido tutto il quartiere, riportandolo a tempi oramai dimenticati.
Iniziò a correre, sempre più spedita, fino a raggiungere il cancello d'una villa dove a farvi da guardia viveva un pastore tedesco, il cane si sovreccitò sentendo un'odore inconfondibile, era chiaro che la lupa fosse in calore. Lara si trovò ad arrampicarsi ed a saltare la ringhiera che fiancheggiava il cancello, i due si annusarono ed il cane senza troppi preamboli le salì in groppa.
La ragazza si sentì penetrata con veemenza, come vittima d'uno stupro interspecie a cui non poteva sottrarsi, la lupa, di contro, era perfettamente a suo agio, sottomessa ed eccitata da quel frenetico andirivieni.
I due animali erano come incollati e l'accoppiamento durò a lungo, troppo più a lungo di quanto Lara potesse sopportare, dentro di se non riusciva neanche a piangere, soffriva in quel suo godimento forzato.
Finito l'amplesso la lupa si divincolò ringhiando tanto che il pastore tedesco si ritirò subito, spaventato e con la coda tra le zampe.
Lara, che era solo un pensiero all'interno di quella bestia piena di istinti, si trovò nuovamente a saltare la ringhiera per uscir fuori dalla villa.
Fortemente provata da quella nottata folle ed incontrollabile, la ragazza perse finalmente coscienza per svegliarsi intorno a mezzogiorno, nuovamente dentro la propria casa. Era nuda, rannicchiata in posizione fetale, stesa per terra, in forma nuovamente umana e con accanto ciò che restava del proprio cane.
Purtroppo si rese subito conto che non si era trattato di un brutto sogno, si alzò lentamente da terra e si guardò allo specchio. Le lacrime scendevano in rivoli sulle guance della ragazza fino a farle assaporare l'amarezza del sale sulle labbra, poi abbassò lo sguardo con una nuova consapevolezza: la normalità non avrebbe più fatto parte della sua vita, ormai aveva lasciato per sempre il posto ad un qualcosa di nuovo e bestiale. Dentro di sé sapeva che l'accoppiamento avvenuto nella notte l'avrebbe portata ad essere madre di un qualcosa di inconfessabile.
Si accarezzò il ventre fissandolo con aria vuota, le lacrime lasciarono il posto ad un malsano sorriso e non si rese neppure conto che nel profondo del suo sguardo era nato un qualcosa di malato.





venerdì, maggio 31, 2019

La Negromante ed il servo

C'era una volta...anzi, no, questa storia è più attuale di quel che si possa pensare.
Viveva in un punto non ben delineato di una non ben precisata foresta una donna, no, non era una donna come tante, qualcuno pensava fosse una strega ma in realtà si trattava di una negromante ed il suo nome era Vivienne.
Vivienne si era circondata dei frutti della sua magia ed a servirla come dei veri e propri camerieri vi erano le sue evocazioni, uno scheletro e due zombie.
Ognuno godeva di una propria personalità, seppur non ben definita, forse un’ eco lontana di quel che erano stati in vita e, se così si può dire, erano tutti innamorati di quella donna un po' oscura nell'anima ma non nell'aspetto.
Era così bella con quei capelli corvini, la pelle bianca come cera e due occhi tanto neri e profondi che era come guardare attraverso l'abisso solo per potervisi smarrire.
In una giornata come tante, forse solo un po' più calda, Vivienne si trovava fuori dalla sua casetta, con indosso un costume, a godersi un po' di sole mentre i suoi servi si affannavano nel cercare di accontentarla come meglio potevano. Chi le portava un succo di mirtilli, chi delle bacche fresche, chi la sventagliava con una grande foglia di ficus, e poi c'era lui, Erzel, l'ultima delle sue creazioni, uno scheletro rinvenuto sotto un albero e riportato in vita.
Erzel si limitava a fissarla, dal vuoto delle sue orbite cave e se solo avesse avuto della pelle sul suo teschio si sarebbe potuto immaginarlo a sorridere.
Il "giovane" scheletro era un tipo riservato, passava le giornate della sua nuova vita a camminare al fianco di Vivienne, era così pensieroso sul come ogni giorno fosse sempre più preso da colei che l'aveva riportato in vita.
Vivienne gli insegnava il nome delle bacche, delle radici, dei germogli e dei loro possibili utilizzi nell'alchimia, sperava di poterlo iniziare nella creazione di semplici pozioni di uso comune da poter vendere poi in un villaggio non troppo distante; in fondo Vivienne ci teneva al suo aspetto e non era indifferente a trucchi, gioielli sbrilluccicanti e vestiti nuovi ed eleganti.
La giovane negromante si era però resa conto che Erzel era differente rispetto ai suoi zombie, si poteva percepire un’anima ed un’aria un po' triste e malinconica in quel mucchietto d'ossa ambulante, così decise di sfruttare i suoi studi di magia nera e provare un rituale per dargli la voce.
Il rituale riuscì in modo un po' bizzarro, non avendo le corde vocali, al posto della voce Erzel cominciò a farfugliare direttamente nella mente di Vivienne, dapprima delle parole scomposte e senza troppo senso ma in seguito riuscì a formulare frasi semplici, fino a ad esprimersi come meglio si conveniva.
Finalmente Vivienne aveva trovato qualcuno con cui poter dialogare e conscia della vivace intelligenza di quel suo servitore e di quel modo tutto suo di essere profondo gli fece studiare alcuni grandi classici della letteratura e della filosofia.
Ahh, quello scheletro così giovane si innamorò della filosofia al punto che il meditare su quella bellezza occulta che era Vivienne lo fece cominciare a scrivere delle poesie in una grossa agenda che aveva precedentemente trovato in quella casetta dove ormai "viveva" o per meglio dire esisteva già da qualche tempo.
Vivienne una sera mentre era alla ricerca di un vestito da notte trasparente che potesse mettere in mostra le sue forme seducenti al chiarore della luna aprì l'armadio e si stupì nel trovare quel pesante tomo, l'aprì e lesse con sorpresa le poesie ed i pensieri di Erzel. Era chiaro che in ognuna di quelle parole ci fosse un riferimento a lei, anche perché non aveva altri con cui poter comunicare ma lei non era una donna qualsiasi, era una negromante e non volle accettare quel suo folle amore da un suo servitore.
Fu così che Vivienne si precipitò dallo scheletro, e con un lieve disgusto sul volto recitò una formula antica, seguì un bagliore verde e da lì in poi Erzel non poté più né parlare né esprimersi, quel suo essere così speciale nella propria unicità fu sostituito dal tornare ad essere un semplice servo di quella sua sempre più oscura padrona.
"Bene" disse Vivienne e da lì in poi nel suo volto non si riuscì mai più a scorgere la parvenza di un sorriso, la negromante con un ghigno sprezzante aveva detto addio alla sua umanità ed a quella di Erzel. Era una sera come tante, la notte più nera e si ritrovò sempre più sola.



domenica, maggio 26, 2019

Mente 26-05-2018

Riecheggiano nella notte, con pallido stupore, le ombre di oscuri presagi.
Sempre gli stessi, diversi, simili, falsi e veritieri.
Non c'è storia, non c'è nulla da fare, nulla va bene seppur niente va male, si gioisce placidamente di illusioni e vane speranze e ci si rattrista ed umilia per nonnulla, sviste infantili e parti della mente.
Passano gli anni, lenti ma implacabili, e come sempre ci si ritrova a dover fare i conti con la migliore amica, con la peggior nemica, con la compagna di ogni giorno, la saccente, la mente.
Cosa ti devo dire mente mia? Tu supponi, instilli dubbi, mi esorti ad avanzare e mi tiri indietro, temi forse di perdermi e pretendi l'esclusiva?
Mente mia, come ci somigliamo, ci parliamo come anime gemelle, insicure e prevenute, noi ci alimentiamo e ci annulliamo vicendevolmente come amanti, nudi e pieni di vergogna.
Continuiamo a vestirci di presunzione e solitudine, ci concediamo, di tanto in tanto, il lusso di esporci, di farci ammirare e nel contempo disprezzare ma alla fine resteremo come sempre noi due a fare i conti.
Un giorno dovremo chiederci perdono o forse non lo faremo mai per il troppo orgoglio.
Siamo così uguali e così diversi, mente mia.
Colui che ti domanda, colui che ti risponde, e tu colei che fa altrettanto; ti aspetterò anche nei sogni, perché tu ci sei sempre, non mi abbandoni mai.

sabato, maggio 25, 2019

STORIE DI UN TEMPO PASSATO. La Ninfa d'Acqua.

STORIE DI UN TEMPO PASSATO. 
La Ninfa d'Acqua.


Durante una delle mie solite passeggiate nel bosco decisi di variare il mio percorso uscendo dal sentiero, dopo un'ora di cammino mi imbattei in uno stagno ove un cervo si stava abbeverando.
Fui colpito da una figura alquanto insolita, si potrebbe dire eterea, si trattava di una fanciulla d'acqua, forse una ninfa.
Ella non parlava, non aveva altra voce che la propria anima, era intenta ad accarezzare il muso di quel cervo lasciando come prova di quel dolce tocco qualche goccia di rugiada.
D'un tratto percepì la mia presenza e mi stupì elargendo il sorriso più puro e sincero che si possa immaginare.
Il cervo se ne andò e non restammo che io, il sommesso suono dello stagno smosso da un sussulto delicato di vento e la Fanciulla d'acqua, trasparente, attraverso la quale si vedeva oltre.
Con quel suo sorriso così delicato e curioso sembrò invitarmi ad avvicinarmi, credo non avesse mai visto altri esseri viventi oltre agli animali del bosco.
Senza quasi accorgermene, stregato da quella bellezza così pura mi ritrovai seduto su un masso ai piedi del ruscello, lei continuava incuriosita a fissarmi, sorridendomi anche con quei suoi occhi di rugiada, occhi che non avrebbero potuto conoscere alcun male, era come se la sua essenza comunicasse direttamente con la mia anima.
Il sole stava ormai volgendo la giornata al suo termine, gentili bagliori di giallo ed arancione ondeggiavano nello stagno e si riflettevano su quell'incantevole creatura.
Non resistei oltre al suo fascino, come mosso da una malìa avvicinai timidamente ma senza possibilità di potermi frenare le mie labbra all'acqua delle sue, chiusi gli occhi, la baciai, sfiorandola appena.
Il sole ci abbandonò lasciando il posto alla sera ed anche ella si dissolse con un lieve fruscio, ritornando un tutt'uno con lo stagno.
Rimasi immobile, con il cuore lacero di dolore, avevo profanato quel che di più puro avesse mai abitato il mondo.

Alle labbra bagnate si aggiunse una lacrima e con l'anima a pezzi mi allontanai sentendo in sottofondo il canto, come un pianto dei grilli e delle cicale.

Cane Vagabondo

Quanta verità c'è negli occhi di un cane vagabondo,
si riesce a condividerne quella sua eterna solitudine,
il bisogno di un posto sicuro in cui tornare, 
il desiderio di una carezza.
Altro non c'è da fare se non mettere un piede dietro l'altro
e camminare, con la delicatezza di chi non vuol calpestare
anima viva.
Eppure è opinione comune che o si calpesta o si viene calpestati.
In fondo ancora oggi ci voglio credere all'Amore Vero
non credo sia un invenzione, probabilmente risiede
nell'idea stessa dell' amore, potrebbe essere un concetto
astratto al quale ci appelliamo, gli affidiamo una mano,
una mano che trema perché conosce il dolore di una delusione.
Ci innamoriamo di un Pensiero, di un Ideale, di una promessa
di condivisione che è difficile da mantenere.
Le distrazioni sono tante, non ci si accontenta mai.
Forse sarebbe stato meglio nascere cane, vivere una vita piena
seppur breve, fatta di presente, di essenziale, grati nel ricevere un tozzo di pane.
Bere in una pozza d'acqua dopo una pioggia battente e continuare
a concentrarsi solo sulle cose indispensabili.
Se non in questa vita magari in un' altra, come a librarsi in aria
al di sopra di qualsiasi falsità, perché di purezza in questo mondo
ne è rimasta ben poca e, di certo, risiede solo nelle cose semplici.
Siamo troppo distratti dall'inutile, dall'effimero e dall'apparenza;
Non riusciamo a liberarci da tutti questi falsi bisogni che
attanagliano come una morsa le nostre vite sprecate.
Occorrerebbe soffermarsi davvero sull'essenziale.




martedì, maggio 07, 2019

Piacevoli scoperte

Passano lente e fragili le ore che separano un incontro da un altro,

Occhi così diversi eppure così simili quando si specchiano tra loro, quasi a volersi accarezzare.

E' come tornare ad esser fanciulli, giocando con le dita, senza malizia, senza bugie.

Dopo le risa il silenzio, non un silenzio pesante bensì ammaliante che invita di nuovo lo sguardo ad incontrarsi per poi timido scostarsi lasciando il posto ad un abbraccio... 

Sfiorare dolcemente col naso una guancia, scostare i capelli e, finalmente, la tacita promessa di rivedersi, scambiata con un timido bacio da labbra che vorrebbero osare ma non osano. 

Sentimenti feriti accarezzati con estrema cautela, per poi tornare nuovamente a sorridere con uno sguardo.

Due Anime sofferenti che si confondono e si confidano placidamente in un nuovo abbraccio, più intenso.

Infine il desiderio, desiderio che quel momento non finisca, trovarsi insieme col timore di farsi male ma volersi vivere, aprendo al mondo una nuova possibilità, la voglia di esistere in quel frangente, rendendolo vivo e sentendosi davvero, 

per quello che si è.



mercoledì, febbraio 28, 2018

Vita e possibilità


Vivimi a piè leggero,
a piccoli passi e poi scompari silenziosamente con le prime ombre della sera,
mentre sarò distratto perché ammaliato dal candore della luna,
sereno in un momento eterno,
poi mi volterò per poter vedere senza troppo stupore una sigaretta spenta nel posacenere del mio cuore,
null'altro che un'altra ferita da risanare,
aspettando in stoico silenzio che perisca la notte e risorga un nuovo sole che a tutti da vita e a me silenzi,
pubblico e spettatore di un qualcosa che mai più sarà.
Lì nascerà un fiore, candido e sterile, opaco e trascurato, vivrà un sol giorno e mi raggiungerà laddove più niente può ferire.

mercoledì, marzo 01, 2017

Sono la Morte


Vago nel mio mondo solitario
da non so quanto tempo, ho perso il conto degli anni, il senso del tempo.
Il mio spirito si muove lento attraverso deserti e foreste incontaminate.
Di rado mi capita di vedere una piccola luce, un movimento tra le dune, un fruscìo nella selva, un guizzo tra le onde.
Io so che non dovrei andare, perché sono la Morte, col mio tocco tutto scompare, ma può capitare di voler vedere, di voler toccare, di dimenticare la mia natura, ma io sono la Morte.
Mi sono soffermato a guardare, incuriosito da un movimento tra i cespugli
eri tu, uno splendido daino saltellante, un daino vivace con un grande segreto; nella sua breve vita ha sofferto più di quanto si possa sopportare.
Il daino mi ha visto, non ha avuto paura di me, non aveva capito la mia natura, ma io sono la Morte, il vuoto profondo che cammina solitario.
Adesso lo sai, mio piccolo daino, adesso sai che il mio tocco è morte.
Ho capito perfettamente che la cosa migliore per entrambi è restare nella propria natura, il daino ora ha di nuovo paura, soffre, piange, morde.
Il mio tocco è pericoloso, bisogna usare i guanti, ma in questa terra desolata io non possiedo guanti, posso solo guardare da lontano e osservare in silenzio, nel profondo vuoto che provo dentro.
Piccolo Daino, devi fuggire, viviamo in mondi paralleli, fai bene a temermi, la morte che cammina solitaria e la tristezza che regna sovrana nel mio spirito.

sabato, agosto 27, 2016

Degrado






E' da secoli, in modo crescente, che la sopravvivenza delle specie deve far fronte oltre al naturale percorso anche a quello innaturale: l'Uomo.Ogni giorno si estinguono intere specie animali, spesso chi vive in equilibrio precario in natura non riesce ad adattarsi al disboscamento, all'inquinamento dell'aria, delle acque e del terreno, a centinaia di km² asfaltati, industrializzati o con grandi palazzi.Al contrario specie prolifere e particolarmente adattabili come blatte, piccioni, topi e ratti riescono, vivendo in anfratti cittadini, a sopravvivere in modo parassitario strettamente legato ai nostri scarti e ai nostri sprechi da buoni consumisti cronici e nevrotici quali siamo.Quanto siamo innaturali e fuori dal contesto, viviamo una vita parallela a ciò che ancora per poco è da considerarsi "natura".
Per noi tutto è dovuto, tutto ciò che crediamo possa darci piacere può essere prelevato, venduto e crediamo che ci appartenga, ma siamo solo schiavi di meccaniche assurde, consolidate da innumerevoli tentativi e prove fatte e registrate nella storia atte a manipolare, controllare e gestire l'esistenza su larga scala.
E' comodo mantenere "la retta via" su di un filo sicuro, ci hanno e ci siamo costruiti un comodissimo paraocchi e girarci per un attimo rischia di farci cadere giù dal filo, verso ciò che non si conosce, verso la paura.
Non cerchiamo un minimo di consapevolezza di ciò che siamo, di ciò che stiamo facendo, delle vite vuote e senza validi scopi che viviamo, ormai cerchiamo solo le nostre piccole certezze;
Una religione precompilata costruita su prove ed errori, gonfiata e inventata aggiungendo la Fede per distruggere il pensiero la Magia dei miracoli per strabiliarci, il Timore delle Conseguenze per non farci "sbagliare" e la Promessa di un Posto Migliore per convincerci a sperare nella Ricompensa che secondo il nostro Egoismo ci Meritiamo.
Una casa, un lavoro che serve a mantenerla e mangiare prodotti sempre più cari, scadenti e contaminati, dei figli rompipalle che vogliono tutto ciò che vedono in televisione o che possiedono gli amichetti, mogli affamate di chincaglierie effimere come trucchi, borse e gioielli, uomini in cerca dell'ultimo modello di un cellulare che non sapranno minimamente usare, palestra e proteine per somigliare a ciò che l'opinione pubblica "vota" come ideale.
Siamo Vuoti, Egoisti e Dannosi.
Una volta ammesso questo status si potrebbe cercare di ergerci a creature migliori.
Ci siamo innalzati a semi-divinità su tutto ciò che ci circonda dimenticandoci di essere noi stessi Animali.
E' la cultura dell'Oggi e mai del Domani.
Forse dovremmo solo coesistere col resto, ricordandoci che non siamo eterni e non siamo superiori a nessuno, ma anche questo è troppo difficile e scomodo da ammettere.


giovedì, dicembre 27, 2012

cani





Tutto sembrava finito, non si cercava nulla
non si voleva nulla...
Camminavo a testa bassa tra la gente, non guardavo negli occhi più nessuno
Eppure eccoti qua, mediterranea ebbrezza di mare

Mi parli di tutto e mi hai ridato la voglia di ascoltare
Mi guardi ed ho trovato un mondo in cui perdermi
Mi specchio sui tuoi occhiali da sole e mi scopro a sorridere

Ami ciò che amo, guardi dentro e parli agli animali
Dov'eri? Dove sei stata? Ora fermati, resta qui con me
Non spaventarti...io ora sono qui, per te

Tutto nasce in fretta, in un gioco pericoloso dove è meglio non domandarsi troppo
Insieme si può superare tutto, se davvero lo si vuole...si possono abbattere le mura e riuscire a non sentire più freddo...insieme.

Il tempo ci parla di noi, di ciò che siamo, di ciò che eravamo
E col tempo ci sveliamo...come diceva una canzone
Sarà come sarà, se sarà vero...
Che sia una bolla di sapone? che sia aria? che sia vento? che sia...lasciamo che sia.

Adesso siamo qui, come liberi randagi che possono ancora scegliere il proprio cammino, possiamo andare dove ci pare... liberi di annusarci, osservare albe e tramonti e dividere la ciotola...

Io sono qui, vado avanti, mi accerto che la strada sia sicura... vieni con me?

giovedì, marzo 01, 2012

Fioca


Fu l'ironia d'un augurio di buona fortuna
La risposta la stessa, seria, grave, perenne.

Il mio tocco sarà il più delicato, come non ti aspetteresti
sarà dolce ed avrai le ciglia chiuse, ma mai potrai saperlo.
Il mio bacio ti sorprenderà, non te l'immagineresti
sarà caldo ed il mio respiro incontrerà il tuo, ma mai lo saprai.

Sarà grande ciò che troverai e stretto ciò che mi aspetterà,
una morsa, un rivolo di sangue sarà il pianto nel mio tetro e rosso organo vitale
poi pulserà solo di vita propria, in desolato esilio, isola di me.

Tutto ciò che rimarrà nei miei giorni e nelle mie notti sarà l'inettitudine, quella sarà vera e sarà compagna,
com'era, e più di adesso.

Nella nebbia dondolerà incerta una lanterna in una nuova e fredda alba, semicelata dalle fronde oscure, indolenti, di alberi senza tempo.
Reciderà e scaverà nella mia tristezza, alla ricerca di una fievole luce che più non brilla.
Solo, a metà, con d'innanzi metà della vita.

Sarà terribile e dolce e amara la memoria di te.
Splendido il sole, opposto a dove sarò io nel mondo
Orribile e marcio tutto ciò su cui il bagliore dei tuoi occhi non volgerà.

Adesso e per sempre, Addio



mercoledì, maggio 11, 2011

Silenzio dell' anima, il dormiente continua a riposare.

Eh si, ogni tanto bisogna pur fare il punto della situazione, non trovate anche voi? Ci si rivolge a falsi ospiti immaginari, a ben pochi esistenti, per raccontare, in questo diario malato, l'epilogo della mia storia fino alla mia morte.
Ma no ma no, scherzavo, in questa storia non muore nessuno, anche perchè alla fin fine diciamocelo sono già morto dentro da un pezzo, con brevi sprazzi di resurezione qua e la.
Una volta avevo, ora non ho
Un tempo davo, ora non do
un tempo...ora...
E basta così, grazie.

Che cosa? non ho detto il punto? volete sapere il punto qual'è?
punto.
No, non la macchina cari miei, proprio no, niente pubblicità, solo tanta follia, troppa miserabilità, un eccesso di misantropia.
Ho fallito questa vita? Sono davvero un fallito? può darsi.
Nè gioiranno altri "falliti" come me, potendo fare di me un metro di paragone per sentirsi grandi, non capendo invece quanto sono piccoli e meschini...Sarò grande anche nella sconfitta e quando ormai nessuno si ricorderà più di me ci sarò sempre IO a ricordarmene, mi farò compagnia anche dopo la dipartita, e questa signori, sarà la mia condanna.
L'amore e l'odio per me stesso hanno forse prevalso sul raziocinio? la mia razionalità è diventata forse illogica? può essere signori, la follia è ancora più folle adesso, benchè la miserabilità l'ha colpita.
Se potessi dire qualcosa al mondo gli direi "vaffanculo" ed aggiungerei "eri bello nella tua bruttezza".


martedì, novembre 23, 2010

Suggestione

Alfine anche la morte non sembra più una così terribile prospettiva, anzi, ha una sua attrattiva, seppur inquietante dà parvenza di libertà.
Non riesco più a credere ad una qualsivoglia libertà, l'anima costretta in un corpo a sua volta relegato in una ragnatela societaria che non lascia spazi diversi da quelli prestabiliti e già assegnati.
Si sta così male qua, nel corpo dico io, un corpo smorto, pigro, una mente deviata, guidata dall'abitudine e dall'uccello.
La natura umana non mi piace, trascende da valori più giusti e puri, ma forse, infine, sono invenzioni effimere anche quelli.
Il mio padrone sono io, uno dei peggiori, la mia prigione è questa vita, apparentemente libera ma invecchiata fin da giovane con l'arrendevolezza.
Alla fine i sogni, si, per quelli bisogna aspettare giorni interi e l'addormentarsi non è mai stremato come lo si vorrebbe, è sofferto e lacero, pensieroso e malcontento; troppo lungo e dei sogni non restano che frammenti di stupide realtà oniriche, riflessi di desideri e paure.
Si, vorrei uscire, finalmente librarmi in volo via da questo corpo, non necessariamente morendo, semplicemente vivendo, raggiungere verità altrimenti inaccessibili, verità che già si sanno ma che non si possono ricordare, perchè relegati in questi mondi di carne.
L'umana essenza non è altro che un sigillo obbligato, che verrà rotto per liberare la conoscenza.
La religione non esiste, o meglio esiste ma si può tradurre in ciò che accresce la nostra spiritualità tramite l'accettazione, il calore interno e la serenità.
Religione è Amore, può essere la natura, un pensiero, un ragionamento, la vita, la filosofia, ognuno trova la sua, Religione non è altro che un mezzo per arrivare, a prescindere che ci sia un Dio o meno.
Questa almeno è la mia visione.
Un altro potente mezzo di cammino per arrivare a certe mete è la suggestione, senza cui non riusciremmo a trovare lo sprone necessario per smuoverci, per credere in qualcosa, per trovare e sfruttare un enorme forza di volontà che ci faccia arrivare all'inarrivabile.


Alfine siamo anime sole, con un percorso da trascrivere e non già scritto, voglio sperare, alla ricerca di un qualcosa che non sappiamo ma che molte menti semplici chiamano "felicità".
E' molto meglio non aver bisogno nè di speranza e nè di felicità, ciò che conta è la serenità, da lì poi il tutto.
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martedì, ottobre 27, 2009

Insubordinazione alla vita, momenti no.

Sensazioni


Sensazioni orribili scuotono ed attanagliano in una morsa ristretta il mio sempre più scosso cuore.
Nuove turbe, mali e giramenti di testa mi colgono all'improvviso; come ben merito.
Forti ansie mordono il mio stomaco e martellano in nuove tachicardie il mio ancor più stressato cuore.

Il mio ginocchio destro non regge più, il sinistro lo segue in uno sciopero invidioso, così che anche le gambe aderiscono alla causa. Sto seduto.


Testa, Cuore, Stomaco e gambe...ho la nausea, sono stanco ma sono sempre riposato, mi viene da vomitare l'anima.


Noia nella vita, noia in tv, noia al computer, sensi di colpa, doveri mancati, conflitti interiori, pensieri da ristrutturare e rieccola...ancora la morsa allo stomaco, sensazione di crollo e fallimento, pensieri che tendono ad un improbabile suicidio ED ANCORA VIRGOLE E PUNTINI DI SOSPENSIONE per una vita SOSPESA, NON CHIESTA E NON VISSUTA, UNA VITA BLOCCATA E STRONCATA DA UNA SOLA PERSONA, ME STESSO!


Non ne posso più, troppa insoddisfazione sotto OGNI punto di vista e non vedo vie di fuga.


Sono un pesce che ha abboccato all'amo, un mollusco in un deserto, un fiore senza spiragli.
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