giovedì, febbraio 27, 2020

Un uomo piccolo piccolo

C'era un uomo piccolo piccolo che tanto piccolo non era, solo non sapeva come fare per crescere.
Quest'uomo viveva in una casa grande grande che tanto grande non era visto che si rintanava in camera sua.
Egli aveva sogni piccoli ma per lui troppo grandi, tanto da considerarli irrealizzabili; avrebbe voluto un po' di serenità interiore perché afflitto da pensieri più grandi di lui e sperava, senza crederci veramente, di poter trovare un giorno un amore fatto su misura per lui.
L'uomo però non viveva di questo, viveva di piccole cose, alla giornata e stava ben attento ad evitare tutte le situazioni che si supponeva potessero provocargli ansia, angoscia e dolore.
L'uomo si alzava tardi, faceva colazione col pranzo che trovava già pronto e stava seduto tutto il giorno, tutta la sera e tutta la notte, nella sua cameretta, nell'attesa di qualcosa che da sola non sarebbe mai potuta arrivare.
Vi era un uomo piccolo piccolo, seduto da solo nella sua cameretta, a sorseggiare entusiasta il suo piccolo bicchiere di whisky, con una sigaretta in mano, ascoltando sempre la stessa musica per non sentire urlare i suoi pensieri e, tutto sommato, per quanto tutto questo non lo rendesse felice, gli andava bene così e faceva di tutto per non cambiare.
L'uomo decise di scrivere di sé e scrisse di quanto fosse piccolo in un mondo così grande da poter a volte far paura, così scrisse, sentendosi ancora una volta piccolo ma sempre pacatamente colmo di desideri che sapeva bene non si sarebbero mai realizzati, concluse così la sua piccola storia con un piccolo punto.





sabato, febbraio 15, 2020

Mieleh

I primi veli della sera coprirono il tramonto, fino a rendere il cielo simile ad un dipinto composto da varie tonalità di rosa. Ammaliato lo osservavo ed attendevo con un sottile filo di ansia di incontrare per la prima volta una ragazza conosciuta da pochi giorni su internet, ella custodiva un segreto che mai nessuno avrebbe potuto neanche lontanamente immaginare, un qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia concezione di realtà.
C'eravamo conosciuti precisamente in una chat di incontri, di quelle in cui si va quando si è presi a noia da tutto con la remota speranza di poter conoscere una persona quanto più simile a se. Vedendo che c'era qualcosa in comune decidemmo entrambi di contattarci e con un approccio a dir poco grottesco, di quelli che fa sbattere la mano in faccia per quanto sia stupido le scrissi e sorprendentemente mi rispose.
Passammo tutta la serata a scriverci, il suo nickname era Mieleh, e la nostra curiosità non si riusciva a saziare facilmente, quindi continuammo per tutta la notte, parlando delle nostre passioni fino a passare all'esoterismo.
Giunti a quel punto lei si bloccò, divenendo più cupa, a tratti criptica, le domandai se per caso avessi detto qualcosa di sbagliato e mi rispose che questo era un argomento che non affrontava mai, accennandomi che non ne era propriamente all'oscuro e che me ne avrebbe parlato di presenza, magari davanti ad un Drink.

Eccola che arrivava, come colto da un sesto senso la riconobbi subito, non poteva essere che lei.
Si guardava intorno mentre si avvicinava nella mia direzione, il sole era definitivamente calato ed il luogo d'incontro iniziava a popolarsi di persone e coppiette intente a dare un senso alla loro serata.
-"Mieleh, sei tu?" chiesi indugiando un po'.
-"Ciao, chiamami pure Melania, dove mi porti?" rispose con un sorriso.
Una volta fatte le presentazioni dal vivo le risposi che quella non era la mia zona, non conoscevo nessun locale, così mi disse che mi avrebbe guidato lei.
Salimmo sulla mia macchina e seguendo le indicazioni ci fermammo davanti ad un pub chiamato "IL Diavolo Ubriaco".
-"Bel nome per un pub" pensai, essendo di settimana non c'era confusione ed una volta entrati trovammo posto facilmente in un tavolino accanto ad un muro di pietra con sopra le nostre teste una lampada che emanava una luce soffusa tendente al rosato, anch'essa in tema col nome del locale.
Ordinammo da mangiare delle patatine con a parte ketchup e maionese e da bere lei un calice di vino bianco ed io un boccale di birra bionda doppio malto.
"Cin Cin!" dicemmo all'unisono con un sorriso e già dal primo sorso sentii rincuorato che in fondo il ghiaccio tra noi si stesse già iniziando a rompere.
-"Quindi... ti interessa l'occulto?" mi chiese con un sorriso malizioso, poi sorseggiò il suo vino con fare elegante, feci lo stesso io con la birra ma in modo molto meno aggraziato, mi pulii i baffi dalla schiuma col dorso della mano e le risposi:
-"Non sono un fanatico ma mi affascina l'idea che non ci sia solo ciò che vediamo, sono abbastanza convinto che i nostri corpi non siano che involucri di carne che non ci permettono di vedere oltre l'invisibile."
-"A-ah..." rispose lei ed aggiunse:
-"Continua, mi interessa sapere cosa pensi a riguardo"
-"Va bene, visto che ci tieni...è un argomento di cui un po' mi vergogno, non tutti possono capire, tempo fa feci degli esperimenti seguendo delle guide online sui Viaggi Astrali, non dico che ci sono riuscito appieno ma qualcosa ho percepito, in un limbo tra il sonno e la veglia ho visto delle figure umanoidi fatte più o meno di nebbia, che fluttuavano intorno a me, senza piedi, quasi come fossero fantasmi...Oddio, ora penserai che sono un pazzo e che stessi sognando!"
Melania mi rassicurò subito rispondendo come se per lei l'argomento fosse normale per non dire familiare:
-"Ma no, quelli che dici tu vengono chiamati Vampiri Energetici, sono come degli spettri che si nutrono delle energie degli umani, facendo leva sulle loro ansie e sulle loro paure, è per questo che a volte ci si sente senza forze anche senza aver fatto nulla".
Continuammo per un altro po' il discorso, poi ad un tratto esordì dicendo:
-"Queste cose le so perché sono un Angelo" e mi fissò dritto negli occhi, penetrandomi sino al cervello, con un sorrisetto indagatore.
-"Però...doveva essere proprio buono quel vino, forse avrei dovuto ordinarlo pure io" le dissi scherzosamente.

Terminati i nostri drink pagai il conto, ci rimettemmo i cappotti ed uscimmo dal locale.
-"Proprio non mi credi eh?" incalzò Melania e continuò
-"Mieleh è l'anagramma di Mehiel, te l'ho detto, sono un Angelo, solo che a causa del mio interesse per gli umani e dell'inadempienza ai miei doveri ho perso il favore del Cielo e con esso quasi tutti i miei poteri, al momento non posso tornare in Paradiso, sono bloccata qui" e si interruppe con un singhiozzo causato dal vino.
-"Certo, io posso essere un demone allora? Sai che bella accoppiata un Angelo caduto ed un demone, potremmo conquistare il mondo...Muhahaha!" Simulai una risata diabolica.
Lei mi si avvicinò e mentre ci dirigevamo verso la macchina poggiò delicatamente la sua guancia contro la mia spalla, non potevo vedermi ma sono sicuro che in quell'occasione arrossii e serrai le labbra per evitare di dire qualche cazzata.
-"Voglio farti vedere un posto, saliamo in macchina che ti spiego come arrivarci" disse lei e dopo meno di dieci minuti di strada ci ritrovammo in uno spiazzale isolato.
-"Scendi, ora ti mostro"
Scendemmo dalla macchina, lei con la sua consueta grazia si tolse il cappottino e lo poggiò sul sedile.
-"Non hai freddo?" Le chiesi preoccupato
-"E' necessario" mi poggiò un dito contro alle labbra per farmi tacere e subito dopo tolse via anche il maglione.
Fu lì che la vidi in tutto il suo splendore, indossava una canottiera bianca con i bordi merlettati, una vista tanto improvvisa quanto inaspettata da togliere il fiato.
Melania si fece seria, mi fece cenno con il palmo della mano di non avvicinarmi, sollevò il mento rivolgendo lo sguardo al cielo, si irrigidì e dalle sue scapole spuntarono due enormi ali d'angelo, ricoperte di grandi piume di un bianco candido che emanavano un leggero bagliore. Rimasi pietrificato col cuore che batteva all'impazzata.

-"Adesso mi credi?" mi disse con aria compiaciuta, quasi da bambina ed aggiunse:
-"Non muoverti, ti faccio vedere un altro bel posto"
Mi girò intorno, avvolse le sue braccia intorno al mio petto in modo soffice e delicato da dietro, spalancò le ali e spiccò il volo, stringendomi a se.
In principio mi venne istintivo chiudere gli occhi, quando li riaprii mi ritrovai in alto nel cielo, il suolo con le macchine e gli alberi erano ormai ben distanti da noi, non potei che restare in silenzio, non riuscivo a proferire nessuna parola, quando dolcemente mi disse:
-"Non aver paura, siamo quasi arrivati".
Il bagliore che emanavano le sue ali si diffuse avvolgendoci completamente entrambi come in una bolla magica, mi venne in mente che quella doveva essere la sua aura. La velocità aumentò repentinamente, potevo sentire il cuore in gola e mi sembrò anche di vedere dei fasci di luce blu tutto intorno a noi, chiusi le palpebre per un solo istante e quando le riaprii non era più sera, sembrava mattina e da quel che potevo vedere il paesaggio era cambiato, non vi erano più strade ma ampie vallate e colline.
-"Preparati a vedere qualcosa che non hai mai visto" mi disse, dopodiché scendemmo di quota e vidi creature che nel mondo reale non potevano esistere, demoni rossi alti più di tre metri che combattevano contro altre creature di cui non riuscivo a capirne la natura, gli esseri fluttuanti fatti di nebbia che ancora dubitavo di aver visto realmente nei miei tentativi di Viaggi Astrali, esseri apparentemente umani avvolti da aure variopinte, chi argentata, chi azzurra, chi dorata che prendevano parte alla lotta con aria apparentemente divertita, quasi come fosse un gioco.
Scendemmo a terra su una collinetta isolata dove vi era un grande tempio bianco, atterrammo delicatamente e come poggiai i piedi per terra mi trovai con le gambe tremanti, finendo in ginocchio con i palmi delle mani per terra.
-"E sì, posso immaginare il tuo stato d'animo" mi disse mantenendo il suo sorriso, poi si fece seria ed iniziò a spiegarmi la situazione:
-"Questo è uno dei tanti Piani Astrali dove solo pochi umani riescono ad arrivare con i loro corpi eterei durante la meditazione ma ci sono anche spiriti di defunti privilegiati che hanno scelto di battersi in una lotta senza fine contro demoni e creature malvagie che abitano queste terre dall'inizio dei tempi. Adesso ci troviamo in uno dei Templi neutrali, qui ci sono dei monaci eterni che hanno incrementato la conoscenza di alcuni tra i maggiori esponenti della razza umana come Buddha, portandoli all'illuminazione ed elevandoli a leggenda...Ma adesso basta parlare, è tempo che tu chiuda gli occhi."
Ubbidii e potei sentire un bacio tiepido di una dolcezza infinita sulla fronte che intorpidì tutti i miei sensi.  
Riaprire gli occhi mi venne stranamente faticoso e pesante, fu un processo lento e graduale, sentii il verso di un uccello di passaggio come attraverso ad un vetro, mi ritrovai disteso sul mio letto, mi alzai lentamente, sentendomi prosciugato, quasi totalmente senza energie. 
La serranda era stranamente aperta nonostante io sia abituato a dormire sempre tenendola chiusa, aprii la finestra e trovai una piuma bianca, forse di un gabbiano, la raccolsi.
Il cellulare era acceso, controllai la chat con Mieleh e vidi sbigottito che ci saremmo dovuti vedere stasera...
I ricordi andavano via via sbiadendo, che fosse stato tutto solamente un sogno? 
Andai in cucina e con la testa piena di domande mi preparai un caffè chiedendomi quale strada mi sarebbe convenuta percorrere quella sera.



martedì, febbraio 11, 2020

La mente durante l'attesa

Bieco e tetro scorre il tempo, così severo e ingiusto, senza recar con se nessuna lieta novella,
né un sospiro, né un sussulto e nemmeno un sorriso giungono volte a recare serenità nell'animo.
Capita assai di rado l'ipotesi di trovare un'anima affine, qualcuno di così similare da poterci parlare come se in due fossimo uno.
Eppur le ansie da bambino ritornano a bussare con grandi rintocchi sulla porta dell'ansia:
"E se il mio interesse fosse visto come pressione? Se la mia curiosità fanciullesca non fosse presa di buon grado ma come turbamento?". 
Il tempo continua a scorrere nella sua clessidra spietata e nulla avviene, ci si limita in solitudine a lasciarlo passare cercando di perdersi tra le note di melodie che però risultano assai vacue ed insolute, così prive di fondamento.
L'illusione è un'animale affamato ed insaziabile, lo spettro della speranza muta e sussurra all'orecchio instillando dubbi e vecchie incertezze, non si può godere l'attimo poiché la vita ha già deciso ma a noi non è dato sapere se non nell'esatto attimo in cui avviene, cogliendoci perennemente impreparati, come neonati in fasce, in posizione fetale e forse sono proprio questi miei pensieri a rendermi sbagliato.


Nota del 2011

Non discerno più dove finiscono le maschere e dove comincio io, sono fuse in me e mio malgrado in parte mi lascio vedere dentro, nudo.

martedì, settembre 24, 2019

Un addio

Di presunzioni e fanciullesche convinzioni te ne fai  virtù,
eppur raccogli steli senza fiori per adornar quel bouquet di rami secchi, ormai specchio di falliti amori.
Mai sposa se non di te stessa,
ti racconti le favole, dove l'uomo è un orco, e tu la principessa.

sabato, settembre 21, 2019

Bolle di Sapone 15-08-2015

Piccole bolle di sapone colme di fumo si librano in aria per poi scoppiare brutalmente nella pioggia.
I sogni creano castelli di carte che inesorabilmente si disperdono con poco più di una brezza.
Le scelte sono due, continuare a riempir di fumo le bolle, sperando che almeno una raggiunga la luna oppure adeguarsi al tram tram, alla routine e lasciarsi inglobare da una società distorta.
Come dico sempre "La verità sta nel mezzo" 

mercoledì, settembre 18, 2019

Ellem


La festa di compleanno


Giunse il giorno del suo diciottesimo compleanno, Ellem aveva un aspetto euforico e si sentiva felice, la festa si svolgeva nel giardino della casa dei suoi genitori, Ginlin e Robert, nel profondo della foresta di Trillian e gli invitati erano due suoi coetanei, i suoi unici amici, un elfo di nome Talion ed un’umana della Capitale, Seren.
Venne il tempo di aprire i regali, Ellem cominciò dal regalo di Seren, era confezionato in un pacchetto largo e leggero, aprendolo sorrise felicissima, si trovò tra le mani una splendida mantella con cappuccio, azzurra come i suoi occhi, ricamata ai bordi con merletti bianchi e decisamente molto comoda e leggera, la madre di Seren era un’ abile sarta e per cucirla aveva seguito con attenzione i desideri e le richieste della figlia.
Venne il turno del regalo di Talion, si trattava di un piccolo scatolo di legno levigato in modo fine ed aprendolo vi trovò una spilla verde a forma di foglia, raffinata e molto in voga tra le elfe di Trillian.
L’ultimo regalo fu quello dei suoi genitori, la confezione era sottile ma alta quasi quanto lei, tuttavia leggera a dispetto del suo aspetto. Scartò la confezione e vi trovò un bastone di frassino, chiaro ed intarsiato finemente, con all’apice un pomo intagliato ed intrecciato come fossero piccoli rami.
È magico” disse la madre “ti aiuterà ad incanalare il tuo potere per incrementarne gli effetti”.
Il padre aggiunse:
- “È stato intagliato dai migliori artigiani elfi, diciott’anni sono molto importanti per una bella signorina come te”.
Ellem si commosse e ringraziò i presenti abbracciandoli.
Grazie...ho qui con me gli amici ed i genitori migliori che si possano desiderare!”.

Detto ciò la giovane mezzelfa si mise la mantella di Seren, vi appuntò la spilla di Talion, prese in mano il bastone magico e chiese sorridendo:
- “Come sto? Ho o non ho l’aspetto di una maga potentissima?!”
Tutti risero ed il padre rispose sorridendo a sua volta:
- “Piccola mia, ne hai ancora di strada da fare ma l’aspetto è certamente quello”.
La madre portò la torta e la poggiò sul tavolo, era stata commissionata dal padre ad Eldum, la Capitale. Era interamente composta da una crema di cioccolato con dentro una farcitura di marmellata di fragole e sopra vi erano decorazioni fatte con soffice panna. Ellem soffiò sulle candeline ed espresse il suo desiderio.



La caccia


L’indomani della festa i tre ragazzi avevano appuntamento per l’inizio della mattinata all’ingresso del sentiero di Trillian, Ellem e Talion furono i primi ad arrivare, Seren si era alzata tardi, come al solito, era sempre profondamente assonnata al mattino e faticava ad alzarsi, li raggiunse dopo quasi un’ora e li trovò nel punto d’incontro con un espressione corrucciata.
- “Finalmente!” disse Ellem
- “Stavamo per cominciare senza di te!” aggiunse Talion.
E la ragazza si scusò:
- “Perdonatemi...non trovavo le mie scarpe comode...”

Ellem indossava la sua nuovissima mantella azzurra, chiusa sul petto con la spilla di Talion, in mano teneva saldamente il bastone ed aveva una borsa a tracolla con il pranzo e delle erbe medicinali.
La mezzelfa conosceva alcune magie elementali insegnatele dalla madre ma aveva una buona predisposizione alle magie curative e di supporto.
Seren era una studentessa della più prestigiosa scuola di magia di Eldum, si poteva facilmente definire un topo da biblioteca, la sua specialità era la magia dell’ombra ma all’occorrenza sapeva usare anche qualche magia del fuoco.
Indossava una lunga tunica nera con ornamenti color rosso fuoco ed un grande cappello a punta da maga con una cintura anch’essa rossa, in mano stringeva un bastone d’ebano con la cima arrotolata come fosse un serpente.
Talion non sapeva usare la magia ma compensava questa mancanza con la sua agilità, il suo equipaggiamento consisteva in una corazza di cuoio leggero, uno scudo appoggiato sulla schiena ed al fianco portava una spada elfica, dalla lama leggermente ricurva.

- “Al villaggio mi hanno detto di un posto frequentato da goblin, forse se riuscissimo a trovarne uno isolato potremmo farcela!” disse fiducioso Talion.
- “Aspetti forse un invito? Muoviamoci!” rispose Ellem raggiante che già si era avviata.
I due compagni risero, la raggiunsero e si incamminarono nel fitto della foresta.
Passò quasi un’ora e dietro a dei cespugli si riuscivano a sentire delle voci stridule e grottesche.
- “Shhh, non muovetevi” disse Talion, e vi si infilò silenziosamente, come solo un elfo sapeva fare.
Ad una decina di passi da lì vide il primo goblin che stava rimproverando ed impartendo ordini nella propria lingua ad un secondo goblin, più giovane.
L’elfo prese lo scudo in mano e sfoderò la spada, impugnandola saldamente, i suoi occhi si erano socchiusi in due fessure, pregustava ansioso l’inizio di questa nuova sfida.
Fece cenno alle due ragazze di raggiungerlo, Ellem agitò il bastone e pronunciò una formula magica, Talion si sentì subito più potente, quella magia aveva alzato le sue statistiche di forza ed agilità.
I tre uscirono dai cespugli con l’elfo in prima fila e le due maghe dietro, subito i goblin impugnarono le proprie spade e si avventarono su Talion, che fin dall’inizio della battaglia stava facendo una fatica immensa a reggere la furia degli attacchi dei due goblin, specialmente di quello più grosso che sembrava molto più esperto nei combattimenti.
Seren lanciò subito una magia, i due goblin vennero investiti da una nebbia nera per qualche istante ed i loro movimenti diventarono più goffi e lenti ma nel frattempo la mano di Talion che impugnava l’arma venne ferita da un fendente del goblin più anziano, la spada gli cadde davanti, accanto al piede.
Dalla mano sgorgava il sangue copiosamente ed il giovane elfo si trovò costretto a cercare quasi impotente di ripararsi dai colpi dietro lo scudo, si pentì e pensò che forse due goblin erano decisamente troppi.
Nel frattempo le due maghe non si erano limitate a stare ferme a guardare, Ellem lanciò una magia di cura leggera sulla mano di Talion e Seren evocò un’ombra che si scagliò sul goblin più piccolo, che spaventato a morte si trovò in seria difficoltà.
L’elfo riuscì a riprendere la spada, schivò il fendente del goblin più anziano e fece una capriola nella direzione del più piccolo, lo colpì alla schiena, trapassò un polmone e la lama fuoriuscì dal petto, il goblin si accasciò per terra, morendo con un ultimo gorgoglio di sangue e schiuma fuoriuscita dalla sua bocca, nel frattempo l’ombra evocata da Seren si era dissolta, ritornando nel mondo astrale.
Il Goblin rimasto era diventato una furia, la sua testa oscillò indietro e lanciò un urlo disumano, ricaricandosi di tutte le energie si scagliò nuovamente all’attacco e Talion riuscì solo per un soffio a ripararsi con lo scudo, la tempesta di colpi sembrava non avere mai fine.
Le due giovani maghe intanto erano riuscite a ripristinare un po’ del proprio mana e tornarono subito in aiuto dell’elfo, Seren lanciò nuovamente la sua magica nebbia nera sul goblin, che stavolta evitò con un balzo all’indietro per avventarsi nuovamente su Talion, riuscendo a ferirgli una coscia in profondità con la lama.
L’elfo urlò dal dolore e si inginocchiò per terra, il goblin lo ignorò passandogli di fianco incurante e si scagliò verso la guaritrice, Ellem, che presa dal panico chiuse gli occhi pensando fosse giunta la propria ora.
Passarono alcuni secondi che le sembrarono un’eternità, la mezzelfa riaprì gli occhi e si ritrovò a pochi centimetri di distanza il volto grottesco del goblin, gli occhi colmi di terrore, la bocca spalancata e la lingua divisa in due, trapassata dalla spada di Talion.
Ellem scoppiò a piangere, l’elfo era seduto per terra poco distante da lei, intento a guardarsi preoccupato la ferita e Seren non sapeva proprio cosa fare, quindi si limitò a scuotere le spalle dell’amica per riportarla alla realtà.
Asciugatasi le lacrime, Ellem prese dalla borsa alcune erbe medicinali e le applicò sulla ferita sanguinante di Talion, poi lanciò una magia di cura leggera che però si rivelò inefficace, quindi si sbrigó a bendargli in modo più stretto possibile la gamba per arrestarne l’emorragia.
L’elfo si rialzò a fatica ed avvicinandosi ai due corpi senza vita controllò l’equipaggiamento dei due goblin, il bottino consisteva in 20 monete di rame per quanto riguardava il goblin più giovane e 2 monete d’argento ed una collana con un dente di lupo per il goblin più anziano.
Seren percepì una debole aura magica all’interno della collana, usò una pergamena di identificazione di basso livello e scoprì che quel dente di lupo era un amuleto che aumentava di poco l’agilità del portatore, Talion se la mise subito al collo.

- “Spostiamoci da qui, potrebbero arrivarne altri” disse il giovane l’elfo, le ragazze si presero di coraggio, gli si misero ai lati e lui vi si appoggiò, con un braccio intorno al collo di Ellem e l’altro a quello di Seren.
- “Sì, muoviamoci” disse Ellem, e ritornarono in direzione della casa di sua madre.
I tre, ormai esausti, si fermarono qualche istante per poter riposare e per mangiare, ormai era pomeriggio, una volta rifocillati si misero nuovamente in marcia e raggiunsero prima del tramonto la casa di Ginlin che non resasi conto della situazione li guardò severamente per qualche istante.
- “In che guai vi siete cacciati questa volta?” chiese l’elfa in tono serio mentre con una magia curativa di medio livello aveva rimesso facilmente a posto la gamba di Talion.
L’elfo e la giovane maga umana erano visibilmente mortificati e tennero quindi basso lo sguardo, ad Ellem in un primo momento venne l'impulso di piangere, poi si morse il labbro e sostenne con decisione lo sguardo della madre rispondendo fiera:
- “Abbiamo sconfitto due goblin nella foresta ed abbiamo trovato due monete d’argento ed un amuleto. Madre, ho deciso, faró l’avventuriera!”

Ginlin guardò il marito e si scambiarono un sorriso sinistro, poco dopo Robert prese la parola:
- “Ormai non sei più una bambina, sei libera di fare le tue scelte liberamente ma sappi che potrai sempre contare sui tuoi genitori e dovrai studiare molto per diventare più forte, Talion ha rischiato di perdere una gamba per la vostra avventatezza.”
E Ginlin aggiunse:
- “Non sei ancora abbastanza brava con la magia, ci sono troppe cose che devi imparare e che devo insegnarti, finché non otterrai il tuo famiglio porta con te il mio, ti proteggerà” ed evocò Argus, il suo lupo bianco, che subito si avvicinò ad Ellem sollevandosi sulle forti zampe posteriori, appoggiò quelle anteriori sulle spalle della mezzelfa e guardandola dritta negli occhi, dopo un breve istante, le leccò il viso dal mento alla fronte lasciandola bagnata ed appiccicaticcia.
- “Argus, che schifo!” si trovò a dire Ellem mentre si asciugava la faccia con una manica, e tutti risero.






venerdì, settembre 13, 2019

I due amanti



I DUE AMANTI


Non può esserci amore più grande e puro di un amore tra due razze, come quello tra un uomo ed un elfa”


Nel Nord più profondo, al confine oltre la Capitale di Eldum, vi era una foresta antica come la notte, Trillian, essa era una delle ultime riserve degli elfi.
Lì viveva Ginlin, un’elfa dai capelli biondo platino, molto popolare tra i membri del suo popolo oltre che per la sua bellezza per il suo canto melodioso che riusciva a calmare tutte le creature della foresta, anche le più feroci.
Ginlin aveva un animo dolce ma avventuroso, era pura come la sorgente che scorreva lungo la montagna adiacente alla foresta, fino a formare un lago limpido dove era solita fare il bagno libera dalle sue vesti, lontana da sguardi indiscreti.
Un giorno, nella foresta di Trillian, si era recato un cacciatore della Capitale, Robert, egli era ancora giovane, erano solo venti i suoi anni ed a causa del suo animo intrepido ed incosciente si era spinto più in la di quanto il patto tra umani ed elfi prevedeva.
Perso il sentiero, continuava a camminare senza riuscire a trovare punti di riferimento e le uniche cose che riusciva a scorgere erano alberi a perdita d'occhio, ricoperti da muschio e circondati da cespugli e funghi.
Ad un certo punto del suo cammino, ormai stanco e col tramonto più vicino, Robert sentì il canto sommesso di una voce femminile e poco più avanti il suono dell’acqua.
Avendo esaurito la propria riserva d’acqua dalla sua borraccia seguì quel suono fino a trovarsi di fronte al lago.
Ginlin era lì, stava finendo di rivestirsi, canticchiando un motivo a bassa voce, quand’ecco che incrociò lo sguardo dell’umano invasore.
Ella parlò nella lingua comune, appariva giovane e per un’elfa lo era davvero ma aveva già compiuto i suoi primi cento anni, senza tuttavia aver mai visto un essere umano prima d’allora.
- “Chi siete voi che disturbate col fragore insolente del vostro fiato e con quei passi pesanti la tranquillità eterna della foresta e del lago?
Chiese Ginlin severa ma al tempo stesso incuriosita dall’umano.
- “Perdonatemi mia Signora, inseguivo una lepre fintanto che mi sono perso, ho camminato a lungo, non era mia intenzione disturbarvi” rispose il ragazzo, visibilmente sudato ed assetato.
- “Qual è il vostro nome? Io sono Ginlin e siete fortunato ad aver incontrato me per prima e non i ranger del mio popolo…avete un aspetto a dir poco impresentabile” disse ridacchiando e proseguì: -” Venite avanti, dissetatevi pure”.
Il ragazzo si asciugò il sudore dalla fronte con una manica ed avvicinatosi al lago, riempì la borraccia e cominciò a bere a lunghe sorsate.
- “Perdonatemi per i miei modi ma come potete vedere sono esausto e disperso, il mio nome è Robert e vengo da Eldum. Non ho potuto fare a meno di sentirvi cantare ed è solo grazie a voi se sono riuscito a raggiungere il lago per potermi dissetare, vi sono debitore.”
Egli osservava incuriosito le lunghe orecchie leggermente ricurve dell’elfa mentre Ginlin guardava con altrettanto stupore l’aspetto un po’ goffo e trasandato di quel giovane, i due si studiarono a lungo ed entrambi sorrisero.
Il tramonto era giunto al suo culmine e le ultime luci del giorno si ritiravano per lasciare il loro posto alle ombre della sera, il ragazzo era visibilmente preoccupato.
L’elfa, osservandolo, gli disse sorridendo maliziosamente:
- “Non penso sia il caso di lasciarvi morire tra i pericoli della notte, vi sono talune creature di questa foresta che sarebbero ben felici di saziarsi di una così facile preda così come i ranger potrebbero scambiarvi facilmente per un puntaspilli e colpirvi con le loro molte frecce”.
Robert, decisamente spaventato, rispose:
- “Mia Signora, vi scongiuro, non lasciatemi morire nella notte...”
- “Non è nelle mie intenzioni.” disse con un sorriso ora più compassionevole “La notte è lunga e perigliosa, seguitemi.” Detto ciò si lasciò seguire per un breve tratto e gli indicò una grotta.
- “Non dovrebbero abitarvi creature spaventose” disse sorridendo l’elfa ed aggiunse ridendo di gusto “Entrate, vi mostro dove di tanto in tanto sono solita appisolarmi ma non ditelo in giro, mi raccomando!”.
Robert la seguì fin dentro la grotta, sembrava perfetta per passarvi la notte, vi era della paglia in un angolo che in seguito si rivelò essere un comodo giaciglio.
Mentre il giovane ragazzo pensava a come meglio sistemarsi, l’elfa lo vide sfregarsi le braccia con le mani per il freddo.
- “Non spaventatevi adesso” disse l’elfa, e dopo aver proferito un incantesimo si accese una fiamma su una piccola catasta di legno dentro la grotta, seguì un altro incantesimo ed apparve un lupo bianco come la neve, Argas.
Robert strabuzzò gli occhi dallo stupore, poi Ginlin aggiunse:
- “Lui è Argas, è il mio Famiglio, non abbiatene timore, non vi farà nulla...a meno che io non desideri farvene” e sorrise.
Ella si sedette sopra la paglia, con le spalle poggiate sulla parete della grotta e le mani rivolte verso le fiamme, poi invitò Robert a fare lo stesso così che egli la raggiunse e si rannicchiò accanto a lei. Le guance ritrovarono il rossore naturale grazie al calore delle fiamme, intanto anche Argas si era accucciato comodamente accanto al fuoco, sereno e leggermente assopito dal sonno.
- “Alle prime luci dell’alba dovrete lasciare questo luogo” disse l’elfa ed aggiunse: “Vi guiderò fino al sentiero che conduce alla Capitale, stanotte la passeremo qui, con al vostro fianco me ed il mio cucciolo non correrete certo alcun rischio”.
Robert, ormai ripresosi del tutto si ritrovò a fissare ammaliato il volto dell’elfa, un volto così bello ed incantevole che solo nelle fiabe poteva trovare riscontro, gli occhi erano verdi, la pelle candida ed i capelli le scorrevano lungo le spalle fino a scendere giù lungo il suo corpo, incorniciando i suoi seni perfetti come in un quadro.
Anche Ginlin era affascinata dall’umano, a modo suo così diverso e dolcemente buffo ai suoi occhi, così dissimile dagli elfi...ed appoggiò la testa sulla spalla di Robert, in modo spensierato e naturale tanto che il volto del ragazzo in un primo momento avvampò per l’imbarazzo e poi, timidamente, avvolse l’elfa con un braccio intorno alle sue spalle, senza però riuscire a guardarla direttamente negli occhi.
Ginlin sorrise e si strinse affondando il proprio viso sul petto di Robert, che si ritrovò ad accarezzarle quei suoi lunghi capelli color platino che per via del fuoco riflettevano ora i colori cangianti delle fiamme.
L’attimo era eterno, il lupo emise un leggero sbuffo e ritornò a ronfare, né l’uomo né l’elfa avevano mai conosciuto l’amore, ma quella sera provarono emozioni fino ad allora sconosciute.
Ginlin ad un tratto stupì profondamente l’umano, togliendosi di dosso il proprio vestito adornato dai colori della foresta, color corteccia e color della foglia, ed invitò l’uomo con uno sguardo ad occhi socchiusi, colmi d’eccitazione, a fare lo stesso.
L’elfa accompagnò Robert con le proprie mani fino a farlo poggiare disteso sulla paglia, poi si sedette sul corpo di lui, poggiando le proprie ginocchia sul suolo e lasciando che il bagliore del fuoco le baciasse il corpo, in un gioco di luci ed ombre con la sua pelle, con i suoi capelli e con i suoi seni.
Robert non era stato mai così tanto eccitato prima di allora, da quella posizione si sfilò goffamente i pantaloni fino a fare quasi perdere l’equilibrio a Ginlin, poi guardandola incantato iniziò dapprima timidamente, poi con una certa sicurezza, ad accarezzare l’esile corpo dell’elfa.
Le accarezzò i fianchi, il ventre piatto, le cosce, il fondoschiena e fece salire le proprie mani con fare sempre più coraggioso fino a toccarle i seni ed il viso.
Ginlin gemette e socchiuse nuovamente gli occhi per il piacere, mordendo con le sole labbra l’indice del ragazzo e cominciò ad oscillare avanti ed indietro come in una danza.

Il ragazzo chiese tra l’eccitazione e l’imbarazzo: - “Posso…?”
le labbra dell’elfa si allargarono in un sorriso e si limitò a dire: - “Puoi...”.
Il ragazzo diventò uomo quella stessa notte, penetrò l’elfa con vigore crescente, i loro corpi si erano fusi in un unico corpo ed i loro sensi si confondevano tra le fiamme, tra i sussurri e tra i gemiti, come fossero un unico suono, nella notte.

Come di consueto arrivò il mattino, le prime luci dell’alba svegliarono Ginlin che a sua volta svegliò Robert con un dolcissimo e morbido bacio sulle labbra, lei era splendida, e per quanto fosse possibile, anche più bella e radiosa del solito.
I due rimasero qualche istante ancora distesi ed abbracciati, gli occhi di lui erano come quelli di un bambino al primo giorno di scuola, troppo stanchi per restare aperti e troppo vogliosi di incontrare lo sguardo di lei per restare chiusi.
I due si alzarono, si rivestirono ed una volta spento ciò che rimaneva delle fiamme con un incantesimo, uscirono dalla grotta per lavarsi il volto con l’acqua della sorgente, poi si incamminarono emozionati ma anche un po’ tristi verso il sentiero che avrebbe riportato l’uomo a casa.
Questa volta Robert fece molta attenzione al percorso e Ginlin, di tanto in tanto, gli faceva notare punti di riferimento che altrimenti lui non avrebbe notato.
Si scambiarono la promessa di ritrovarsi al lago al mattino dopo ogni luna nuova e non mancarono mai di rispettarla.
Passarono nove mesi e Ginlin ebbe una bambina, non si poteva definire elfa e neanche umana, era una mezzelfa, i cui occhietti, aperti già dopo poche ore dalla nascita, promettevano sin d’allora di avere il carattere stoico e nobile degli elfi e tratti tipici degli umani come la curiosità per la scoperta e la propensione a cacciarsi nei guai.
La bambina fu chiamata Ellem.
Ellem aveva grandi occhi azzurri come il cielo, la pelle chiara, giallastra, i capelli color dell’oro e delle spighe al tramonto, i lineamenti del viso richiamavano entrambi i genitori, a tratti spigolosi e al tempo stesso delicati come gli elfi ed a tratti leggermente più marcati come gli umani mentre le orecchie erano più lunghe di quelle degli uomini e più corte di quelle degli elfi, con una simpatica piega verso il basso.
La bambina crebbe velocemente per i primi diciott’anni della sua vita e fu sempre molto amata da entrambi i genitori ma non fu mai veramente accettata dalle due razze così diverse.

Imparò i rudimenti della magia ed i segreti della foresta dalla madre, mentre quando si trovava col padre era solita indossare una mantella grigia con il cappuccio calato sulla propria testa, per nascondere agli uomini la propria natura di mezzelfa, celando quelle orecchie per i più così strane... ma questa è un’altra storia, la storia della fantastica vita di Ellem.